Il gioco in terapia: perché con i bambini si lavora giocando
Prima o poi la domanda arriva, ed è comprensibile: «Ma oggi avete solo giocato?». Un genitore che investe tempo e fiducia in un percorso psicologico si aspetta qualcosa che assomigli a una seduta: si parla del problema, si cercano soluzioni. Vede invece il figlio uscire dalla stanza parlando di una partita con i pupazzi o di un disegno.
Questa pagina è la risposta lunga a quella domanda: che cosa succede davvero durante il gioco in seduta, perché è lo strumento più serio che una psicologa dell'età evolutiva ha a disposizione, e come la dott.ssa Rizzardi fa in modo che ogni partita abbia una direzione.
Il gioco è la lingua madre dei bambini
Chiedere a un bambino di sei anni «come ti senti quando mamma e papà litigano?» produce quasi sempre spallucce: non perché non senta niente, ma perché quella domanda è scritta in una lingua che non padroneggia ancora. Lo stesso bambino, dieci minuti dopo, mette in scena con i pupazzi una casa dove tutti urlano e un cucciolo che si nasconde. Non sta cambiando discorso: sta rispondendo alla domanda, nella sua lingua. Il gioco simbolico è il modo in cui i bambini pensano le cose difficili, e uno psicologo che lavora con loro deve saperlo parlare.
Giocare con un metodo
Nello studio della dott.ssa Rizzardi il gioco non è il riempitivo tra un test e un colloquio: è uno strumento clinico, al cui uso si è formata specificamente secondo il modello della Play Therapy cognitivo-comportamentale. In pratica significa che dietro l'apparente leggerezza c'è una struttura: i materiali della stanza sono scelti, le proposte hanno obiettivi, e il gioco diventa il terreno dove allenare esattamente le abilità su cui si sta lavorando: dare un nome alle emozioni, tollerare una sconfitta, aspettare il proprio turno, provare la scena che fa paura in un contesto dove non può succedere niente.
Che cosa osserva mentre si gioca
Mentre il bambino gioca, la psicologa lavora: osserva a quali temi torna sempre, che ruoli si assegna e quali assegna all'adulto, come reagisce quando il gioco non va come voleva, quanta fantasia può permettersi e quanta ne deve controllare. Il gioco è anche uno straordinario strumento di valutazione: nei più piccoli racconta lo sviluppo, la regolazione e il mondo interno molto meglio di qualunque domanda diretta. Molte delle ipotesi che poi vengono verificate con strumenti standardizzati nascono lì, sul tappeto.
E i genitori, mentre il figlio gioca?
Non restano fuori dalla porta a chiedersi cosa succede. A intervalli regolari il percorso si ferma e la dott.ssa Rizzardi racconta ai genitori il senso del lavoro: che cosa sta emergendo, che cosa si sta allenando e come lo stesso principio si può portare a casa, perché dieci minuti di gioco vero con mamma o papà, senza telefono e senza fretta, sono uno degli strumenti più potenti che una famiglia ha a disposizione. Gratis, tutti i giorni.
Quindi sì: molto spesso il bambino uscirà dalla seduta convinto di avere «solo giocato». È il modo più rispettoso ed efficace di lavorare con un bambino, ed è tutto tranne che tempo perso.
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PrenotaRevisione clinica del 20 luglio 2026 a cura della Dott.ssa Giulia Rizzardi - Ordine degli Psicologi della Provincia Autonoma di Trento — n. 1421.